Read Ehkä Esther by Katja Petrowskaja Katja Petrovskaja Online

ehk-esther

Raikkaan omaääninen, palkittu kertomusromaani yhden suvun ja siten koko Euroopan historiasta, maailmasta joka ei tunnu millään oppivan virheistään. Ukrainalais-puolalaiseen sukuun syntynyt, sittemmin saksalaistunut kirjailija Katja Petrovskaja havahtuu ajan armottomuuteen. Ihmiset kuolevat, muistot haalistuvat, menneisyys katoaa. Miten selvittää oman sukunsa tarina, omat jRaikkaan omaääninen, palkittu kertomusromaani yhden suvun ja siten koko Euroopan historiasta, maailmasta joka ei tunnu millään oppivan virheistään. Ukrainalais-puolalaiseen sukuun syntynyt, sittemmin saksalaistunut kirjailija Katja Petrovskaja havahtuu ajan armottomuuteen. Ihmiset kuolevat, muistot haalistuvat, menneisyys katoaa. Miten selvittää oman sukunsa tarina, omat juurensa, kun ei ole enää ketään keltä kysyä? No, arkistojen avulla ainakin. Nykyään myös internet, tuo uskonnottomien itkumuuri, tarjoaa hätkähdyttäviä pilkahduksia menneestä. Facebookista löytyy sukulaisia ja eBaysta valokuvia, aukot täydentyvät pikkuhiljaa, kunnes lopulta Katja Petrovskajalla on käsissään paitsi juutalaisen sukunsa tarina, myös yksi sukupolvensa parhaista holokaustitulkinnoista. Helpompi olisi unohtaa, mutta muistettava meidän on. Halusimme tai emme....

Title : Ehkä Esther
Author :
Rating :
ISBN : 9789513181376
Format Type : Hardcover
Number of Pages : 277 Pages
Status : Available For Download
Last checked : 21 Minutes ago!

Ehkä Esther Reviews

  • Orsodimondo
    2019-04-19 11:12

    UNA NESSUNA E CENTOMILAIn parte romanzo, in parte memoir, e reportage, e certo, autofiction, corredato di fotografie in bianco e nero, perso tra i mulini a vento del ricordo, in particolare in quello del popolo ebreo, un collage di fatti storici e vicende autobiografiche, documenti d’archivio e ricordi personali…: come non pensare subito a W.G. Sebald? E infatti la bandella è pronta a ricordarcelo, a tracciare il parallelo. E presumo che Katja Petrowskaja sia lusingata e oltremodo felice del raffronto.Il suo libro è un esordio bello, e prezioso – Sebald ha scritto un paio di capolavori e diverse magnifiche preziose opere prima della sua morte prematura: l’humus è simile, il terreno comune, la mano molto diversa.Foto di famiglia per avviare la memoria.La Storia comincia quando non ci sono più persone alle quali poter domandare, ma solo fonti.Genealogia di una famiglia sovietica attraverso vari paesi (Polonia, Ucraina, Russia, Austria, Germania) e soprattutto attraverso un’esplorazione linguistica (yiddish, russo, polacco, ucraino, ebraico, la lingua dei segni, perché la famiglia della Petrowskaja ha fondato un po’ ovunque scuole per sordomuti, l’inglese, che non è di nessuno ma di tutti), un incrocio polifonico di parole simili ma diverse, le parole che per il popolo ebreo sono fondamento e identità (per gli ebrei la parola è tutto dice Petrowskaja, e penso anche al libro di Oz “Gli ebrei e le parole”).La stazione ferroviaria Hauptbahnhof di Berlino.Alla ricerca delle sue origini, Petrowskaja contatta persone via Facebook, fa indagini in archivio e su Google, viaggia, studia fotografie, mette a fuoco i suoi ricordi, visita luoghi, legge libri, miti greci, leggende popolari, e fiabe, la sua analisi si avvale di strumenti e canali diversi, come gli idiomi in cui è nutrita. Tutto si muove tranne il tempo.Il percorso storico di questa narrazione non può che attraversare i momenti più spettrali del Novecento, e, comprensibilmente, dal punto di vista della vittima, la stella gialla vale la stella rossa, gulag e lager sono uguali, Hitler e Stalin fratelli, i totalitarismi si sovrappongono.Tuttavia, Petrowskaja non dimentica l’ironia, la sparge con intelligenza e regala alla sua opera una marcia in più.Kreschatik di Kiev, la strada più importante della città, dopo la liberazione, novembre 1943.PSNel titolo cito Anna Foa che a questo libro ha dedicato un bel commento sull’Osservatore Romano.http://www.osservatoreromano.va/it/ne...

  • Cosimo
    2019-04-06 15:30

    Vorrei tornare a casa“Io sono la vostra voce, il calore del vostro fiato,/il riflesso del vostro volto, i vani palpiti di vane ali.../fa lo stesso, sino alla fine io sto con voi”. A. AchmatovaIl romanzo Forse Esther di Katja Petrowskaja è un'opera autentica e struggente e intensa sulla shoah e sull'essere umano, una genealogia affettiva e storica che cerca di elaborare una passione, un rituale e restituire al lettore il senso di una pulsazione, di una permanenza, dove sfidare il tempo della morte in una riunione familiare in cui volti, voci, gesti e racconti escono nudi dall'oscurità, mentre si prova a entrare nell'alterità colpevole, attraverso una ricerca amorosa per il prossimo, e liberarsi dal discorso della vittima, in una narrazione non lineare, dialogica, deviante, digressiva e riflessiva, che segue l'impulso a cercare ciò che è scomparso, il destino singolo nel passato storico, spirituale e esistenziale. Pietro Citati ha accomunato l'opera dell'autrice ucraina, che ha ricevuto il premio Strega Europeo e il premio Ingeborg Bachmann, a Austerlitz di Sebald e ai Quaderni di Simone Weil e la sua riflessione si sofferma su questo dettaglio: “Il racconto della Petrowskaja si estende e si allarga e raggiunge i tempi della madre: i tempi della persecuzione sovietica e nazista. Prima i processi del 1936-38. Poi i massacri del 1941 a Babij Jar a fine settembre quando Kiev, la più antica città russa, dove da un millennio vivevano ebrei, diventò all'improvviso Judenfrei - ripulita dagli ebrei. Trentatremilasettecentosettantuno persone furono uccise in solo due giorni”. E tra le cento e duecentomila persone in due anni: prigionieri, partigiani, donne, zingari, dissidenti, malati e diversi, innocenti nel tempo sospeso di guerra e distruzione. Katja Petrowskaja è nata a Kiev, ha svolto studi umanistici a Tartu, si è laureata in lettere a Mosca, dal 1999 vive a Berlino e ha scritto in tedesco. Tedesco che per lei è la lingua che non sa ascoltare, lingua muta, lingua del nemico: lavorando con la sua alterità ha deciso di scrivere questo testo straordinario e meraviglioso per dare voce a domande che non trovano risposta, per formare concretamente il ritmo della storia universale, di una memoria nomade che si esprime tra danza e canto: “chi ci sussurra storie che non hanno testimoni?”, e poi “ma come si poteva credere a simili voci?”. L'autrice appartiene a una famiglia multietnica e plurale nel linguaggio culturale: insegnanti e logopedisti, un contadino, un fisico, un agitatore, un eroe di guerra, un poeta. Luogo di leggende e eredi di sopravvivenze e altruismo, perché chi aveva dubitato non era sopravvissuto, mentre chi è vivo ha maturato una propensione all'infelicità, “come se soltanto dell'infelicità valesse la pena parlare, mentre la felicità era vuota”, perché “noi dobbiamo la nostra vita a una finzione”. E ancora: ”La sensazione della perdita si affacciava senza preavviso nel mio mondo peraltro sereno, aleggiava su di me, stendeva le sue ali, e io mi sentivo priva di aria e di luce, per una mancanza che forse non esisteva affatto”. E' un viaggio iniziatico nella storia del mistero del mondo ebraico, camminando all'indietro nel cuore dell'Europa novecentesca, di un'umanità perduta nei campi e nella memoria, nelle tracce invisibili di Auschwitz e Mauthausen, e la scrittrice ricostruisce e riannoda, perché il ricordo è l'unica prova dell'esistenza del passato, fallisce nel silenzio della parola, il silenzio che regna quando bastano gli sguardi, la lingua muta degli esclusi, degli orfani salvati a centinaia in scuole e asili, le lingue ferite e minacciate, yiddish, polacco, ucraino, ebraico, russo, tedesco, le città della fuga e della diaspora, Kiev, Mosca, Varsavia, Berlino. Petrowskaja non crede che esistano estranei quando si tratta di vittime, ogni essere umano ha qualcuno nei luoghi del male e del nulla: l'autrice utilizza una scrittura frammentaria, analogica e introspettiva, mettendo così in scena, con ironia attualizzante, una rielaborazione empatica e un'autobiografia collettiva, in un dettato corale e drammaturgico, che ha qualcosa di remoto, di un'identità in cambiamento e in estensione, contraria al sentimento dell'odio. Petrowskaja muove verso l'incertezza, temendo di non poter imparare nulla, e incontrando se stessa su una sponda morale creata nel narrare e nella parola, che è vincolo e punto debole, opposizione e tormento: “ Forse si scrivono così i romanzi. Oppure anche le fiabe. Siedo in alto, e vedo tutto! A volte mi faccio coraggio e mi avvicino e mi metto alle spalle dell’ufficiale, per ascoltare di nascosto la conversazione. Ma perché mi voltano le spalle? Giro loro attorno, e ne vedo solo le spalle. Per quanto mi sforzi di guardarli in volto, di vedere i loro volti, quello di babuška e quello dell’ufficiale, per quanto allunghi il collo per riuscire a vederli e tenda tutti i muscoli della mia memoria, della mia fantasia e della mia intuizione – non funziona proprio. Non vedo i volti, non capisco, e i libri di storia tacciono”. La germanista Anna Chiarloni ci ricorda che tutto accade adesso, come l'inferno dei lager e dei gulag, perché sulla pagina prendono vita i fantasmi ambigui della conoscenza, si anima un atto di resistenza che vuole aprire una dimensione metafisica :“Corpi offesi, a grappolo sulla pagina, tra spazi vuoti in cui si legge il silenzio del lutto. Sfilano cognomi migrati nella diaspora, identità mutate e timbrate dai diversi passaggi di regime e confine nell'Europa tra Otto e Novecento”. Tutto sembra lo sviluppo di una condizione di dolore disperato, di ritorno nostalgico e scontento a un'ideale casa di infanzia, con l'appartenenza a una heimat europea condivisa e sofferta.“lo so, dovrei avere paura, non vorrei nemmeno guardare, lo so, se ci si lascia invadere da questa paura si diventa di pietra, come alla vista di medusa, della gorgone, questa paura è la stessa medusa, ma io ho una protezione, il mio scudo, il mio nome, il mio nome porta in sé una pietra, pietro, pietro, una pietra, grazie a un nonno, è valsa la pena cambiare nome, non mi pietrificherò, e sono per di più innocente, caterina la pura, l'immacolata, potrei guardare la medusa, ma qualcosa mi trattiene, come se fra stern e me si frapponesse un eroe con tanto di scudo, perseo, che tiene stretto uno scudo su cui vedo rispecchiarsi medusa, non direttamente, ma in rifrazioni di paura, paura in schegge, vedo schegge di paura, mi feriscono, ovunque c'è un prezzo da pagare, un brandello d'anima da cedere, no, all'inizio non vogliono comprare l'anima intera, solo alcune parti, la quota di iscrizione al sindacato, al giovane partito, al proletariato, ingranaggi, siamo tutti ingranaggi di un grande congegno, e se hai dolori fantasma, non piagnucolare, fa' piuttosto una battuta di spirito, e adesso sorridere, prego, solo uno scatto, per così dire, affinché sia più dolce la transizione, ridere ti allunga la vita, presto riposerai anche tu, io non ho paura, perseo mi tiene il suo scudo davanti agli occhi, immagine riflessa dell'orrore, istinto di sopravvivenza”.

  • piperitapitta
    2019-04-09 10:27

    Passavamo sulla terra leggeri.Sono sempre più restia ad attribuire stelline a libri di memorie, memorie in genere, ancor più se trattano il tema della Shoah.Pudore, rispetto, timore, delicatezza, inadeguatezza, forse di tutto un po'.Anche questo di Katja Petrowskaja non fa eccezione, perché sin dalle primissime pagine ci si accorge di essere entrati in un territorio privato, minato e vacillante, uno di quei territori che incrociano le sorti dannate dei milioni di ebrei dell'Europa orientale (sterminati durante il nazismo, anche se, a guardare da vicino nella lente, lo sterminio è iniziato molto prima e le vicende dei pogrom e dei gulag di matrice russa e sovietica, si intrecciano pericolosamente, specchiandosi, a quelle dei lager tedeschi), a quelle della famiglia dell'autrice.Ma Katja Petrowskaja ha anche velleità, ambizioni, aspirazioni da scrittrice (non so perché questi tre sostantivi, uno dietro l'altro, ma anche se isolati l'uno dall'altro, danno subito una connotazione negativa a quello che cerco di esprimere, mentre no, non è così).Katja Petrowskaja, dicevo, si capisce sin dalle prime pagine che è una scrittrice vera, dalla scelta delle parole, dal corso di certe frasi che sembrano aggrovigliarsi come i pensieri per poi, quasi imprevedibilmente, districarsi e lasciare chi legge come stordito dalla bellezza e da tanto ardire, dalle pause, dal respiro dato alla sua ricerca e dal suo viaggio interiore, che sembra percorrere le stesse miglia e le stesse distanze percorse da quello geografico.Parole, dicevo.Parole che hanno un suono e un peso specifico, quasi a contrastare, nella memoria dell'autrice, le sorti di una famiglia che affonda le sue radici nell'insegnamento ai bambini sordomuti: da Vienna a Varsavia, da Varsavia a Kiev.Parole che non hanno solo una lingua, ma tante: il linguaggio dei segni, l'yiddish, il polacco, il russo, l'ucraino, il tedesco.Il tedesco, la lingua in cui scrive Katja Petrowskaja, la lingua del nemico, quasi un paradosso, eppure.Eppure è la sua lingua di adozione, eppure è la "lingua padre", quella scelta, contrariamente alla "lingua madre", saltata fuori, quasi come uno scherzo del destino e da quel meltin' pot familiare, vertiginoso, che mischia affatto casualmente, ma forse confusamente, lingue e idiomi, religioni, nomi e cognomi, abitudini e genealogia.Quel meltin' pot che, come i vecchi straccivendoli e cenciaioli ebrei riuscivano a districare traendone ricchezza per generazioni, Katja Petrowskaja cerca di addomesticare nella sua ricerca morale e familiare delle radici della sua famiglia multiforme.Si susseguono nel corso della sua ricerca, nomi di persone che mutano con il mutare dei confini, di cognomi che mutano con il mutare delle egemonie, di luoghi che mutano geograficamente e nell'uso comune con il mutare dei secoli.È così oggi Babij Jar, luogo di massacro impunito di migliaia di ebrei ucraini, fossa comune occultata alla memoria, e luogo dove forse Esther non riesce a giungere per essere massacrata insieme agli altri ebrei perché viene uccisa prima, banalmente, senza un vero perché, abbattuta e schiacciata come una mosca, lungo una strada anonima, da un drappello di nazisti annoiato e infastidito dalla sua presenza, ma è anche il luogo dove oggi, centinaia di persone, esseri umani, passeggiano forse ignare, transitano in bicicletta forse distratte, godono del sole tiepido della primavera forse grate per il fatto che qui il ricordo della morte sia ben celato al mondo e ai suoi abitanti.Libro ostico, di non facile presa, che muta pagina dopo pagina come mutò, forse, davanti ai suoi occhi, la storia che Katja Petrowskaja aveva tenacemente inseguito e che forse, ai suoi occhi (ma anche ai nostri), si dipana così tragicamente, e senza un vero perché, da non riuscire ad arginarne l'impatto.«[...] Non mi ero mai sentita così irrimediabilmente perduta come lì a Varsavia. Pensavo in russo, cercavo i miei parenti ebrei e scrivevo in tedesco. Avevo la fortuna di potermi muovere nella fenditura dei linguaggi, nello scambio, nell'alternanza dei ruoli e delle prospettive. Chi ha conquistato chi, chi appartiene ai miei e chi agli altri, quale sponda è la mia?»«Nei miei appunti c'è scritto quarantasettemila «cremati», una parola curiosa in mezzo alle cifre, la maggioranza morì di denutrizione e malattia, magari è sbagliato, voglio dire è sbagliato il numero, come se numeri del genere potessero mai essere giusti, circa centomila uomini sono stati uccisi a Mauthausen oppure sono stati annientati dal lavoro. Se un essere umano fosse tanto più grande di un atomo quanto il sole è più grande di lui, che cosa starebbe a metà strada fra la morte del singolo e la morte di milioni? Uno lo capisco, dieci anche, cento a fatica, ma mille?»

  • Lada Moskalets
    2019-04-14 08:20

    Сімейні історії писати легко для себе, але треба постаратися, щоб зробити їх читабельними і цікавими за межами родинного кола. "Vielleicht Esther" це дослідження родинного минулого, в якому емоції від процесу пошуку - споглядання полів по дорозі до табору військовополонених, трепет при відкриванні архівних документів - є не менш важливими за персонажів чи трагічні/кумедні/цікаві історії, що потім знайдуться. Родинне минуле є частиною теперішнього, як от стиль жартів, який авторка впізнає у стенограмі судової справи розстріляного родича чи співпадіння у датах народження через покоління. Родина завжди відлунює у тобі і не шкодить, що помітити цю повторюваність можна значно пізніше. Непевність власної родинної історії неуникна - забуті імена, сімейні розповіді, яким уже не віриш, будинки, які розбомбили - але в цій книжці ці білі плями стають повноправною частиною розповіді, як тиша є частиною музики. Те що забуте важливе саме своєю неприсутністю і продовжує впливати на нас, у свій спосіб

  • trovateOrtensia
    2019-03-26 10:10

    Mia nonna e il mondo della materia disorganizzataIn un tiepido autunno genovese del 1944 la mia nonna materna morì, poco più che ventenne, per una setticemia fulminante. Qualche settimana prima era scampata, insieme a sua figlia (e mia futura madre), al crollo di una galleria antiaerea durante il quale morirono centinaia di persone di cui ormai, credo, si è persa memoria. Così come si è persa memoria del luogo in cui avvenne l’incidente. L’ingresso del rifugio è occupato ora da una carrozzeria davanti a cui, nei miei quotidiani percorsi di bambina e di adolescente, sono passata per anni senza sapere che lì dentro mia madre aveva mancato per un soffio il suo incontro con la morte, non per miracolo (ché non ci credo e neanche lei ci credeva) ma per puro caso. La mia giovane nonna mai conosciuta, dicevo, sopravvisse al crollo riportando soltanto qualche graffio alle mani. Ma uno di quei graffi s’infettò e lei morì. In quel momento la Storia incrociò la sua storia individuale, le si parò davanti e lei ci inciampò contro, e dalla storia e dal tempo si ritrovò fuori per sempre. Un effetto collaterale della Seconda Guerra spedì mia nonna “nel mondo della materia disorganizzata”, come dice uno dei protagonisti del libro ai suoi carcerieri (“quando mi spedirete nel regno della materia disorganizzata?”). Ho una bella foto della mia giovane nonna mentre si ripara dal sole con un ombrellino di pizzo (e come, se no?), su quella spiaggia di Cornigliano che una trentina d’anni dopo già non esisterà più, inglobata dal complesso siderurgico dell’Italsider. Non ho foto, invece, del fratello di mio nonno, partito e mai più tornato dalla campagna di Russia. Letteralmente annientato, polverizzato, disintegrato. E di un altro parente materno, falciato da una raffica di mitragliatrice mentre si sporgeva dal suo nascondiglio per accendere una sigaretta al compagno, che gli sopravvisse e raccontò. Sono storie famigliari, tutti ne abbiamo e necessariamente ogni storia famigliare s’incrocia con la Storia. Il recupero e la trasmissione della memoria è importante, ed io sono una di quelle persone che perde tempo negli archivi e nei registri parrocchiali, importunando lontani parenti alla ricerca di informazioni e nomi e vite perduti, creando pericolanti e approssimativi alberi genealogici che non legge neppure mia sorella. Ma questo viaggio alla ricerca delle memorie di famiglia non sempre può trasformarsi in un libro destinato ad una fruizione che vada oltre la dimensione intima: la storia di mia nonna interessa me, voglio dire, e purtroppo io non sono Sebald, né Proust e non sono in grado di renderla non dico interessante, ma significativa anche per altre migliaia di lettori. Neanche la Petrowskaja è Sebald, contrariamente a quanto annuncia la menzognera quarta di copertina. Ed io mi sono un po’ stancata di trovare impropriamente affiancato il nome di Sebald ad opere che ricostruiscono vicende famigliari (qui molto tragiche e legate alla Shoah) corredandole con qualche foto degli album di famiglia.Nonostante ciò, il libro merita lettura.

  • Gabriele
    2019-04-20 07:15

    Quando ho chiuso il libro e ho dato una nuova occhiata alla copertina, finalmente ho capito cosa l'Adelphi voleva dirci.L'immagine sul fronte di questo "Forse Esther" è un collage di alcuni fotogrammi di un vecchio film (L’uomo con la macchina da presa, 1929, Dziga Vertov) e mostrano in successione, alternate fra loro, un occhio intento a osservare in varie direzioni e alcune immagini, sfocate, di luoghi difficilmente riconoscibili. È una bellissima rappresentazione del contenuto di questo libro della Petrowskaja, libro che d'altra parte è difficilissimo da riassumere o semplicemente incasellare sotto una sola voce.È un libro autobiografico, su questo non ci sono dubbi. La Petrowskaja ricostruisce la storia di tutta la sua famiglia, una storia frammentaria e che si snoda non tanto nel tempo quanto toccando buona parte dell'Europa e delle sue culture: fra Polonia, Russia, Austria, in una mescolanza di lingue – tedesco, russo, polacco, ucraino, yiddish, ebraico –, si ripercorre tutta la storia dell'ultimo secolo. Di origini ebraiche, la famiglia della Petrowskaja ha infatti vissuto sulla propria pelle tutte le vicende precedenti e successive alla seconda guerra mondiale: fra nonni dispersi, parenti deportati e internati, prozii implicati in vicende politiche, dinastie di maestri impegnati nell'insegnamento ai sordomuti, nonne di cui neanche ci si ricorda più il nome (la "forse Esther" del titolo), l'albero genealogico che si va a comporre è quanto di più complesso e sorprendente ci potremmo immaginare.Qui entra però in gioco lo stile di scrittura della Petrowskaja. Uno scrittore "canonico" avrebbe iniziato a raccontare la storia dall'inizio, lei invece sceglie una strada decisamente più tortuosa. Nelle pagine di questo libro si seguono le sue ricerche, si scoprono informazioni man mano che lei stessa le ha acquisite, capita di soffermarsi su parenti scoperti solamente per caso, si seguono i suoi continui viaggi sui luoghi dove qualcuno della famiglia è vissuto o è stato costretto a vivere (da Kiev a Mosca, da Varsavia a Berlino, ma anche nei ghetti e nei lager). Lo stile della Petrowskaja non è mai una cronaca diretta: non semplifica la vita al lettore, preferisce perdersi nei suoi pensieri e raccontargli le cose un po' come vengono. Lo definirei un libro di ricordi, piuttosto che un'autobiografia, un libro di ricordi confusi. E se entrare in sintonia con il suo modo di raccontare all'inizio è tutt'altro che immediato, siamo ripagati da un racconto sentito, profondo, che vuole metterci a parte di tutte le vicende successe alla sua famiglia, ed è anche un modo per farci sentire quanto la sua ricerca sia stata impegnativa, un'idea fissa per diversi anni ("da tempo oramai la mia ricerca era diventata un'ossessione").E tornando alla copertina, quell'immagine scelta dalla Adelphi rappresenta benissimo il modo di raccontare della Petrowskaja: un continuo guardarsi attorno, a tratti quasi frenetico tanto da non riuscire a mettere neppure a fuoco esattamente cosa sta cercando né cosa voglia raccontarci. A libro finito è infatti difficile dire di aver seguito completamente le vicende: i nomi dei parenti si mescolano fra loro, le vicende si confondono, diventa difficile separare i "forse" dagli "è andata proprio così". Rimane solo la sensazione di aver capito perché la Petrowskaja si è voluta impegnare in questa ricerca, e viene quindi naturale dirsi che non è poi tanto importante aver capito il suo albero genealogico, quanto averla ascoltata raccontare la sua storia.Quando Lida, la sorella maggiore di mia madre, morì, capii che cosa significa la parola Storia. Il mio desiderio di sapere era maturo, e io ero pronta ad affrontare i mulini a vento del ricordo, ma poi lei è morta. Ero lì con il fiato sospeso, sul punto di domandare, e così sono rimasta, e si fosse trattato di un fumetto la mia nuvoletta sarebbe stata vuota. La Storia comincia quando, all'improvviso, non ci sono più persone alle quali poter domandare, ma solo fonti. Io non avevo più nessuno cui chiedere, nessuno che ricordasse ancora quei tempi. Restavano brandelli di ricordi, appunti e documenti, tutti da verificare e in lontani archivi. Anziché porre a tempo debito le mie domande, mi ero mezzo soffocata con la parola Storia. Ero forse adulta, adesso, perché Lida era morta? Mi sentivo in balia della Storia.

  • Ksenya
    2019-04-14 12:17

    Декілька разів посеред читання я зупинялась і звалювалась у власні думки про свою родину, окремих її членів, особливо бабцю, про тягар пам'яті, про війну, і все те, що пережила ця земля, про Бабин Яр, бо зовсім недавно ми проїжджали повз нього, і я дивувалась, що на вигляд це просто парк, де гуляють люди із псами та дітьми. Часом я припиняла читати від того, що різало очі, і котились сльози. Власне, я не знаю поки кращої книги про дослідження своєї родини, тим паче на цих і не тільки ландшафтах. Про решту поговоримо потім, добре, що є про що.

  • GrauWolf
    2019-03-31 09:21

    Katja Petrowskaja, mano nella mano, accompagna il lettore in un viaggio a ritroso nella storia, sulle tracce di persone e fatti “rimossi” dalla memoria.È un viaggio amaro, spesso raccontato dall’autrice con un'ironia piuttosto velata, che comincia dagli episodi “familiari” della sua infanzia e culmina nell’orrore della Seconda guerra mondiale. Alcuni dolorosi fatti, da lei narrati, affliggono e indignano il lettore che si trova a contatto con una realtà spaventosa e veramente vicina. Nel testo non importa se si parli dell’Unione Sovietica o del Terzo Reich, perché entrambi i regimi sono vivide rappresentazioni della sconvolgente aberrazione umana, che trova la sua massima espressione nella violenza. E tra le cupe macerie delle dittature del Novecento, l’autrice si muove attraverso le nazioni dell’est Europa per rendere giustizia a una memoria lontana e da molti dimenticata. Ma, soprattutto, per evitare che altri luoghi correlati a raccapriccianti eventi, come la sistematica carneficina della fossa di Babij Jar -dove in due giorni trovarono la morte per mano dei militari tedeschi trentatremilasettecentosettantuno ebrei di Kiev- con una colata di calcestruzzo vengano eliminati dalla memoria collettiva.Forse Esther è un libro stilisticamente interessante, che spinge il lettore a numerose riflessioni sul Novecento e sulla condizione umana di quel secolo così vicino.Nell’area c’è un melo dai frutti appetitosi. Il comandante del campo aveva regalato al figlio quattordici prigionieri per il suo quattordicesimo compleanno, furono impiccati a un melo nel giardino del comandante, per decorare l’albero dicevano. Quei quattordici ci toccano più dei mille, 14>1000, ma più di che cosa? Più di un’unità incalcolabile? È forse il modo in cui sono morti oppure quattordici è un numero che riusciamo appena a percepire, e poi la nostra matematica va a pezzi? Giunti a quale numero scompare l’uomo?

  • Sini
    2019-03-30 10:19

    "Misschien Esther", het debuut van Katja Petrowskaja, is in vele Duitse kranten uitbundig bejubeld. Volkomen terecht, naar mijn smaak: echt een verbluffend prachtig boek, en een overdonderend debuut. Petrowskaja vertelt hierin het verhaal van haar vele verloren Joodse familieleden, die veelal in WO II door Duits oorlogsgeweld of Russische staatsterreur zijn omgekomen. En dat doet ze op een ongelofelijk oorspronkelijke wijze, in een vederlichte en poëtische taal vol onverwachte beelden en associaties. De levens die zij hier hervertelt lijken wel sprookjes, de verloren familieleden lijken wel droomfiguren uit een droevige maar ongehoord rijke droom. Soms lijken de personages zelfs te vliegen op de vleugels van de fantasie, zoals in de verhalen van Bruno Schulz. Soms zijn de verhalen doordrenkt van jubel om de schoonheid en weemoed om de vergankelijkheid van die schoonheid, zoals in het werk van Sebald. En steeds zijn de verhalen verbijsterend en verwonderlijk, vanwege de levensgeschiedenissen die worden verteld maar vooral vanwege de open, onbevangen en dichterlijke blik waarmee Petrowskaja naar die geschiedenissen kijkt.Een van de zeer vele verhalen gaat over Rosa, de inmiddels overleden oma die op het eind van haar leven helemaal blind was en volkomen onleesbaar schreef. Dat beschrijft Petrowskaja dan zo: "Rosa kriebelde met haar regels tegen haar blindheid in, ze haakte de regels van haar verdwijnende wereld. Hoe duisterder het om haar heen werd, hoe voller zij de vellen beschreef. Er waren passages die onontwarbaar waren als vervilte wol, de aardappelprijzen aan het eind van de jaren tachtig raakten in de knoop met verhalen uit de oorlog en over vluchtige ontmoetingen. Het ene of andere woord sijpelde uit het wollen kreupelhout, de 'zieken', 'Moskou', 'hartenbloed'. Ik heb jarenlang gedacht dat ze te ontcijferen zouden zijn, in Amerika waren er apparaten die zulke regels konden ontwarren, tot ik begreep dat Rosa's schrifturen niet bedoeld waren om te lezen, maar om vast te houden, een dik gedraaide, onverwoestbare draad van Ariadne". Prachtig geschreven, vind ik. Schitterend ook hoe Petrowskaja juist ook de onleesbaarheid van deze onleesbare schriftuur respecteert: hoe zij dus juist de ondoordringbaarheid daarvan vasthoudt en eer bewijst. Zo doet zij dat ook in haar andere verhalen: steeds blijft het raadsel intact, steeds wordt ruim baan geboden aan het verbazingwekkend vreemde en ongrijpbare van de geschiedenis en aan Petrowskaja's verwondering daarover. Daarbij gebruikt ze steeds ongelofelijk mooie poëtische zinnen en beelden, die vaak erg verrassend zijn en meestal ook heel ontroerend. Zij roept de geschiedenis en de gruwelen daarin niet op met feiten en getallen, maar met treffende poëtische details. Zij schrijft niet in algemeenheden over de jodenvervolging, maar beschrijft individuele levens in hun raadselachtige rijkdom. En dat dan steeds in een verbijsterend rijke en originele taal, die altijd onze verwondering voedt.Ja, dit is echt een geweldig debuut. Ik hoop nog veel van deze schrijfster te gaan lezen.

  • Rebecka
    2019-03-27 07:08

    This is definitely a book worth reading, and it has made me realize I have to read more post WW2 books., or rather WW2 aftermath books.The book contains various fragments referring to different relatives and ancestors of the author, usually with a great deal of uncertainty because they were all more or less erased from history. The chapter about Babi Yar is the one that sticks most clearly in my memory. I now can't believe I spent three months in Kiev without visiting Babi Yar. And that I first learned of its existence through Lonely Planet Ukraine... Reading about it in this book really drives home how fucked up a series of events what happened at Babi Yar was - yet how many people outside of Ukraine have even heard of it?

  • Lotti
    2019-04-10 14:21

    Het blijft een heel bijzonder boek ook bij tweede lezing.

  • Ярослава
    2019-03-31 10:26

    Бездоганно красива книжка про пошук родинного минулого. І чудовий переклад.

  • Ffiamma
    2019-03-26 09:16

    "la storia comincia quando, all'improvviso, non ci sono più persone alle quali poter domandare, ma solo fonti"

  • Stephanie Jane (Literary Flits)
    2019-04-07 09:10

    See more of my book reviews on my blog, Literary FlitsFor me, reading Maybe Esther was like an in depth literary episode of the television programme Who Do You Think You Are, but one where all the relatives had interesting stories. Katja Petrowskaja shares her thoughts and emotions with us every step of the way so I was just as fascinated by her journey into her genealogical past as I was in what she discovered. This nonfiction book actually followed on well from my previous read, the novel The Woman At 1000 Degrees, because both explore darker aspects of twentieth century Europe and unveiled Second World War events about which I had not previously been aware.Maybe Esther introduces a dozen or so of Petrowskaya's ancestors, most of them ordinary people who would otherwise probably never had chapters of books devoted to them. Other than one assassin, these people bore the brunt of history rather than making it, yet I felt I learned more about Ukrainian Jewish life from these vignettes than I would have done from a traditional history book. I liked how Petrowskaya repeatedly interlinks the stories so I came away with a good idea of everyone as part of a family, not just as individuals.At one point, Petrowskaya talks about the difficulties of seeing past the Second World War and the Holocaust in her investigations. I admit when I realised the book was about a Jewish family in Eastern Europe, that was exactly where my thoughts turned and horrific events such as the Babi Yar massacres in Kiev must not be allowed to be forgotten again. This book however also explores the decades prior to the War and shows glimpses of life as a Soviet child of the 1950s. It is obviously a very personal memoir, but I felt it also has a wide appeal in its depictions of a family that could have been any one of millions.

  • Yuliya Yurchuk
    2019-03-30 08:12

    Книжка написана дуже неоднорідно, місцями дуже красиво, місцями дуже неструктуровано, але в цілому мені вона дуже сподобалася. Я навіть думаю, це має бути маст-рід для усіх, хто живе в Україні або принаймні в Києві. Від глави "Бабин Яр" я довго ходила під сильним враженням. Це історія сім'ї, в якій є євреї і українці, яких історія покидала по широким просторах Європи - від Варшави до Москви, Києва, Берліна... Як сказала Катя Петровська на недавній зустрічі, яку я відвідала у Києві, "це була така історія-сирота, я її написала, щоб ви її вдочерили", ну, що ж я повністю з нею погоджуюся, я її вдочерила і вам раджу.

  • Esther
    2019-04-15 14:12

    Fast schäme ich mich, nicht fünf Sterne vergeben zu wollen, noch nicht einmal vier.Natürlich ist die Aufarbeitung der Vergangenheit äußerst wichtig und eine Familiengeschichte wie die von Katja Petrowskaja trägt einen relevanten Teil dazu bei. Viele Ereignisse, die sie aus dem Leben der Juden in Kiew und Polen beschreibt, waren mir in dieser Intensität nicht bewusst, von Baij Jar hatte ich persönlich noch nie gehört. Die Geschichtslektionen bewerte ich durchaus hoch.Die Familiengeschichte der Katja Petrowskaja habe ich nicht durchschaut. Oft war ich verloren in den wechselnden Namen und Orten, den weit entfernten Verwandten und dem verzweigten Familienclan. Vielleicht war ich nicht konzentriert genug. Die Sprache von Frau Petrowskaja ist reich an Beschreibungen und Vergleichen, manches mal sogar spielerisch, gefüllt mit persönlichen Erkenntnissen und kleinen Lebensweisheiten – und ist in meinen Augen nicht kohärent für eine Erzählung, die die tragischsten Ereignisse der Geschichte Europas im letzten Jahrhundert aufwühlt und in Erinnerung ruft.

  • Andreas Manessinger
    2019-03-25 12:17

    The 2013 Bachmann Prize winner, a book by a woman of Jewish descent, originating from Kiew, married to a German and living and working as a Journalist in Germany since the 1990s. The book is about her search for the past of her family. It is a loose collection of anecdotes, that turns into a sketchy account of her journey to places where remote relatives have lived or were killed, most by the Nazis, one by the Soviets. My problem with this book is, that the further it progresses, the more it loses structure. It's incoherent. In a way this might be a vehicle to convey the frustration about the past's impenetrability, and in that way it succeeds. As a book it does not satisfy me, though this may well be totally subjective and due to unmet expectations.If you've read a lot about Jewish life in Europe, you probably won't learn anything new. Still, even then, the "eastern" perspective may be interesting.

  • Marie Eriksson
    2019-04-03 08:04

    Fragmentariska berättelser om en judisk familj (författarens egen) i Östeuropa. Och samtidigt en historielektion.

  • Hymerka
    2019-04-04 10:25

    "Я завжди хотів займатися історією, казав батько, але ніколи не хотів, аби вона зайнялася мною."Авторці вдалося зробити дещо незвичайне — написати історію власної родини так, що вона читається майже як роман. Звичайно, чимало сторінок присвячено війні і Голокосту, але, і це мені особливо сподобалося, Катю Петровську дуже цікавить саме життя її прабабусь і прадідусів, а не лише їхня трагічна смерть. Іронічно виглядає пасаж про те, як авторка намагалася щось розпитати про життя євреїв у Варшаві, а її відразу геть усі спрямовували до ґетто. Але ж це далеко не все! Вони жили, любили, займалися улюбленою справою. До речі, про останнє: для багатьох поколінь предків авторки справою життя були школи (фактично інтернати сімейного типу) для глухонімих дітей. Їх навчали спілкуватися і вести нормальне життя. Хіба це не прекрасно?.. Останні розділи книги нагадали мені "Отруєні пейзажі" Мартіна Поллака: Бабин Яр — тепер звичайний міський парк, де гуляють з дітьми, бігають чи навіть грають у рольові ігри толкіністи, чи Жовтневий палац, місце масових розстрілів, улюблений квітучий пагорб авторки, казковий палац дитинства, де три рази на тиждень — танці, три рази на тиждень — співи...Головне, що дала мені ця книжка, — це нагоду подумати про власну родину, про мого дідуся з невеликого містечка, де євреї жили пліч-о-пліч з українцями століттями, про всі ті маленькі історії зі свого дитинства, які він розповідав своїй доньці, а моїй мамі, і які вона тепер іноді переповідає мені, наприклад, як євреї просили своїх сусідів-українців запалювати їм гасову лампу на шабат. Чи мій маленький дідусь, який згодом виріс у справжнього велетня, так само бачив моторошну ходу приречених? Бо й під його містом убивали тисячами...Я б дуже хотіла, щоб такі книжки виходили в Україні, щоб так само шукалися по архівах крихточки тих родинних історій, ми маємо пам'ятати про них.

  • Iryna Khomchuk
    2019-03-30 07:27

    Не можу стриматися, аби отак відразу, як-то кажуть, із порогу не заявити: це одна з найкращих книг, прочитаних мною цьогоріч. Глибока, прониклива, емоційна, правдива, важка й тим самим якась катарсична, ця невелика автобіографічна скоріше повість, ніж роман — якщо зважати на обсяг, ця величезна епопея — якщо зважати на зміст підіймає одну з найважливіших складових людської особистості: її національну самоідентифікацію.Авторка — українка за місцем народження, полька за прізвищем, німкеня за громадянством, єврейка за національністю — шукає своє коріння, вивчаючи генеалогічне дерево родини з усіма його багаточисельними відгалуженнями, виймаючи вкриті пилом фотографії, листи, газети, викликаючи забуті, здавалося б назавжди, спогади, переживаючи те, що відчували давно мертві її предки. Вона не просто перегортає архіви, вона ходить тими дорогами, якими ходили її діди-прадіди-прапрадіди. А оскільки це здебільшого дороги війни, концтаборів та Голокосту, то той біль, котрий звалюється на авторку цієї документальної, попри всю її літературність, книги, місцями годі витримати.Окремої уваги вартий стиль написання. Тут немає сюжетної лінії, чіткої фабули, розвитку подій, ба навіть діалогів. Книга — це просто рефлексії Каті Петровської, написані — принаймні так видається — для самої себе. Це суміш зі спогадів, переживань, сумнівів, емоцій. Це коктейль із людей і нелюдів, із країн і вулиць, з подій і дат, зі смертей, убивств, забуття... Це щось нове для читача, надзвичайно сильне, неймовірно голосне й однозначно варте прочитання: хоча б задля того, щоб не забути, не забути щонайменше того нашого Бабиного яру, якщо на більше ми поки що (чи ж уже?) не здатні...

  • Jan
    2019-03-27 09:22

    Beautiful novel, or rather a novella (there is no such thing as a character development, essential feature of a novel)! It really is. It may be built upon many different fragments of the family history, but not documentary. Anyway, literary it surely is.Babi Yar and Mauthausen made the biggest impression on me.Petrowskaja’s style in this book consists of so many – related – gems, what ever comes to use. Her sentences sometimes are short, the somewhat longer ones have semi-repetitions, not identical, but like ‘minimal music’ with slight alterations, through which the significance grows. Rare are her very long sentences; yet, they too have a strong nucleus. Het writing is associative, sensual. Her language is full of striking sayings, expressions, metaphores which have an immediate impact.Sometimes the author puts herself on a philosophical distance from her subject. There is the topic of the large numbers; can one comprehend them truly? There is the story of the flight of a number of Jews in a truck, in which a large plant was already loaded; when time was running out, someone smashed the plant out of the truck to make room for another person; how Petrowskaja gets hooked on whether or not this part of the story had really happened and attaches this to the matter of the truth of one’s memory – the effect this approach had on me, was one of getting involved with this family, more than at a normal ‘reader’s distance’.Highly recommended. JM

  • Oksana
    2019-04-18 07:08

    Дуже сподобалася книжка. Після "Паризької кав'ярні" вона стала ковтком смачного й дорогого вина, яке хотілося не випити залпом, а смакувати. Наскільки взагалі можна смакувати історії на такі складні й болючі теми. Попри те, що це нехудожня література і зачіпає непрості питання, читається легко. А після не залишає неприємного гнітючого відчуття безнадії. Киянка, єврейського походження, чиєю рідною мовою є російська, написала свою родинну історію німецькою мовою, котру вона вивчила вже в дорослому віці. Й от ця історія дійшла до нас українською у прекрасному перекладі Юрка Прохаська. Незважаючи на всі ці мовні метаморфози, текст лягає на душу щиро і відкрито. Між автором і мною ні разу не відчувалося мені ніякого непорозуміння. А ще я зачарована обкладинкою, котра напрочуд вдало передає дух книжки. Вона як розмитий знімок, який однак хочеться розглядати подовгу.

  • Dasha
    2019-04-10 08:08

    Якщо коротко, те, що описувалось у післямові як принада - "Незважаючи на нараційну домінантну історій, більшість із них позбавлена лінійної хронологічної послідовності завершених фабул - в них авторка радше вдається до асоціативного монтажу. Вона тче текстуру своєї книги вільно й невимушено, сказати б, з граціозною легкістю, вплітаючи туди миттєві ремінісценції, що спалахують по ходу оповіді, не переймаючись тим, що вони дроблять тяглість тексту", - стало для мене найбільшою перешкодою, задаючи нестерпно повільний темп читання й навіть роздратування через те, що практично неможливо услідити за усіма героями, що вводить Катя Петровська, а думка задалеко відпливає від якоря; подекуди ж витворюється вороже середовище, у якому на буденні діалоги, чи людські поведінки, чи обриси речей вимушено лягає тягар особистих та історичних втрат.

  • Elalma
    2019-03-29 12:27

    Non so come sintetizzare le belle impressioni che mi ha suscitato questo cammino all'indietro nel tempo alla ricerca della memoria e delle proprie radici. Un viaggio di "un'ebrea per caso", nata ucraina con origini polacche, ed emigrata in Germania che ricerca nonni, bisnonni, volti, gesti perduti nel tempo. "Hithel ha ucciso i lettori e Stalin gli scrittori" dice il padre dell'autrice a proposito dello Jiddish, e così la ricerca delle origini, delle espressioni, dei volti, delle persone scomparse diventa un modo di ricostruire un mondo e nello stesso tempo la storia di una donna che cerca se stessa.

  • Olga
    2019-03-26 13:06

    Це книга про одну єврейську сім'ю, Бабин яр, Голокост,війну. Вона унікальна, бо розповідає реальну історію людей, а не лише творить літературну фікцію. Увесь драматизм історії - "це коли раптом не стає людей, яких можна запитати, а залишаються самі джерела". Саме ж "Минуле" - "воно живе як йому хочеться, ось тільки вмерти воно не може". Думаю, що цією книгою, авторка заповнює прірву в історичній пам'яті, без якої осмислити наше "сьогодні" просто неможливо.

  • Pulmu
    2019-04-09 15:06

    Petrowskaja searches distant relatives that have scattered around the world due to the WW2. Through the stories of one family the personal becomes universal. And it made me think how we can gather facts and testimonies about the past but still we need the stories to understand what really happened.

  • Bert
    2019-04-09 11:07

    "... mijn zoeken was allang zucht geworden..." (p.106)

  • Greta
    2019-04-06 09:10

    Vielleicht.

  • Maria Svidryk
    2019-04-06 11:06

    Текст написаний потужно. Мабуть через це він мені трохи важко читався. Хоч і для написання авторка працювала над багатьма архівними матеріалами і подорожувала, читання мені нагадувало своєрідний потік свідомості, свідомості людини, яка з пізнього вечора до раннього ранку писала спогади про тяжке життя дітей війни, якщо я можу їх так назвати. Під кінець книжки зміст набуває чітких фарб. Героїня не може жити спокійно, коли за її плечима спогади, її власні, її батьків, дідів, бабусь. Не відпускає війна. Ні перша, ні друга. І ми не винні, як каже оповідачка, що розважаємось, їздимо у відпустки, купуємо дорогі будинки. Адже війна була так багато років тому. Чи оповідачка швидше старається змиритись із тою думкою, що не винні. Хтось вижив. Хтось ніколи не повернувся. Когось застрелили/повісили/спалили/закатували голодом. А когось врятувала невідома. Текст Петровської мені уособлюватиме два типи людей. Тих, які у всі часи будуть жити минулим, шукати собі подібних, не забуватимуть страшних подій, житимуть в тузі та меланхолії у сучасному світі та в страху, що історія повториться. А також тих, які забувають, або роблять вигляд, що забули, і живуть далі.

  • Jaap
    2019-04-10 11:02

    Een zoektocht naar joodse familie, geschreven in prachtig proza. Katja Petrowskaja registreert en geeft op een indringende en subtiele manier uiting aan haar emoties.